Aleramo, affresco di Guglielmo Caccia detto "il Moncalvo

 

 

Storia di Casale Monferrato

Sull'area casalese a destra del Po era sorto, in epoca ligure o celto-gallica, un agglomerato che, con il nome Vardacate, divenne municipium romano. Dopo le distruzioni barbariche, ad esso venne conglobato un centro cristianizzato da S. Evasio, che vi fondò una chiesetta dedicata a S. Lorenzo. Martirizzato il Santo per decapitazione, il re longobardo Liutprando concesse che sulla di lui tomba sorgesse la grande chiesa romanico-lombarda, consacrata nel 1107 da Papa Pasquale II. Il borgo, che prese nome di Casale di S. Evasio, fu ghibellino, per i legami del Barbarossa con lo zio Guglielmo Aleramico, marchese di Monferrato. Distrutto nel 1215 da vercellesi, alessandrini, e milanesi, il borgo risorse per esplicita autorizzazione di Federico II.

Scomparsi gli ultimi Aleramici nel 1305, i Paleologi di Bisanzio divennero marchesi del Monferrato e fecero di Casale la loro capitale nel 1435, elevandola fino a diocesi nel 1474. Sotto questa importante famiglia più volte legata al trono di Bisanzio la città assaporò in pieno gli splendori del Rinascimento. Il castello, edificato nel 1352, venne costantemente rinforzato ed inserito in un grandioso complesso di difesa; sotto Guglielmo VIII (il Gran marchese) sorsero grandiosi conventi e chiese come San Domenico, centro di studio e cultura religiosa. La corte si popolò di trovatori, pittori e uomini di lettere. Fu sempre in questo periodo che molti ebrei espulsi dalla Spagna si stabilirono a Casale dando origine ad una fiorente comunità. L’inizio del ‘500 vede questa città ricca e opulente festeggiare in gran pompa un evento che sarà la sua rovina: Margherita, la figlia di Guglielmo IX Paleologo e della bella Anna d'Alençon (principessa francese nipote di Francesco I re di Francia), sposa Federico Gonzaga di Mantova. La casata Paleologa terminerà da lì a poco. Guglielmo IX si spegne alla sua corte di Trino nel 1518 e il figlio Bonifacio, unico erede del marchesato muore nel 1530 in circostanze misteriose. Deceduta anche la primogenita Maria promessa e ripudiata da Federico Gonzaga, per il matrimonio del medesimo con Margherita Paleologa.

In una Europa che cerca il suo equilibrio tra Spagna e Francia, Casale non conoscerà più pace. Nel 1559 a Chateau Cambresis si stabilisce che il Monferrato passi ai duchi di Mantova, un dominio che i Casalesi tollerano poco.

Vincenzo I per difendere il Monferrato dagli appetiti dei Savoia, faceva costruire nel 1590 una grande cittadella stellare che per l'intero Seicento resistette agli assedi degli spagnoli, imperiali e savoiardi.
La imprendibile cittadella venne fatta saltare con le mine nel 1695 per accordi fra le grandi potenze.
Per la pace di Utrecht del 1713, il Monferrato passava ai Savoia. In conseguenza Casale perdeva la supremazia di capitale, venendo spogliata di importanti servizi e autorità. Durante la guerra della Prammatica Sanzione per la successione al trono d'Austria, Casale venne occupata dai gallo-ispani nel 1745. Gravi danni derivarono alle chiese ed ai conventi usati come caserme ed ospedali.
Subito dopo Casale fu investita dal vento barocco e per l'impegno dei nobili borghesi, residui della nobiltà di corte (che comunque si amalgamò a Torino), nacque una elegante architettura nelle chiese e nei palazzi che ancora oggi è ammirata.
Arrivò la bufera francese e nell'epoca napoleonica, per riconoscimento di Bonaparte, Casale ebbe qualche miglioramento (Tribunale, Liceo, Caserme).
Con la ricostruzione dello Stato Sabaudo, Casale fu città di frontiera. Dopo la sconfitta di Novara, resistette ad oltranza alle truppe austriache. Nella Seconda Guerra d'Indipendenza fu il fulcro della strategia fraco-piemontese. Alla fine dell'Ottocento Casale divenne "capitale del cemento" e nel Novecento trasformò le proprie imprese verso il settore dei frigoriferi e delle macchine da stampa.

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La leggenda di Aleramo e del Monferrato

Si narra che nel 934 un gentiluomo di Sassonia, desideroso di prole, promise a Dio di andare pellegrino a Roma se avesse avuto grazia di figliolanza. Rimasta incinta la sua sposa i due nobili coniugi partirono per esaudire il voto, accompagnati da gaia e onorevole compagnia. Giunti a Sezzè, nella contea di Acqui, il viaggio non poté proseguire giacché il parto era vicino. Nacque un bel bambino, forte e gagliardo, cui venne posto nome Aleramo che voleva significare "allegrezza". Trascorso un mese dall’evento i genitori decisero di proseguire il viaggio, affidando il bimbo alle affettuose cure dei signori del luogo con l’idea di poi riprenderlo al ritorno da Roma. Ma il loro fu un viaggio senza ritorno, perché, sorpresi dai briganti, trovarono la morte. Rimasto orfano Aleramo fu allevato come un figlio dai signori di Sezzè che ne fecero uno scudiero.

Quando l’imperatore Ottone cinse d’assedio la ribelle città di Brescia, tra i valorosi che accorsero a prestargli aiuto c’era anche il giovane Aleramo. Tali erano la grazia e la leggiadria del giovane che l’imperatore ne fu conquistato e subito lo volle cavaliere della sua famiglia affidandogli il compito di servitore di coppa presso la sua mensa. Dame e donzelle non avevano occhi che per lui e se ne disputavano la compagnia e il sorriso. Anche Adelasia, detta Alasia, la figlia dell’imperatore non seppe resistere al suo fascino e ben presto se ne innamorò. Prontamente Aleramo ricambiò l’amore ardente anche se combattuto tra il desiderio per l’amata e la riconoscenza per il suo re cui non voleva recare torto. Ma l’amore per Alasia era forte e le parole di lei erano dolci e convincenti al punto che in una notte buia, vestiti abiti dimessi, fuggì con la sua amata. Cavalcarono giorno e notte senza mai fermarsi, sempre andando per boschi e per selve, per valli e per montagne, finché, braccati ed inseguiti, si rifugiarono sui monti di Albenga a Pietra Ardena, dove spesso Aleramo si era recato a cacciare con i signori di Sezzè. Qui finalmente si fermarono e tosto furono colti da fame e sfinimento. Scorto un fuoco in lontananza, Aleramo vi si recò e là trovò degli umili carbonai che gli diedero di che sfamare sé e la sua compagna. Il giovane accettò l’offerta di cavare carbone con loro e ben presto si adattò all’umile mestiere. Costruì una capanna per sé e per la sua sposa e con lei visse felice e sereno per lunghi anni, dimentico di ricchezze ed onori. La vita trascorreva lieta e semplice: Aleramo cavava carbone, Alasia confezionava borse che poi lo stesso Aleramo andava a vendere. Molti figli rallegrarono la loro casa. Quando il maggiore di essi ebbe compiuto dodici anni, il padre lo portò con sé ad Albenga dove lo affidò al vescovo, con il quale aveva intrecciato rapporti di amicizia, perché lo facesse suo scudiero. Nel frattempo avvenne che di nuovo Brescia si ribellasse ad Ottone e che questi di nuovo chiamasse a sé i suoi fidi. Anche il vescovo di Albenga corse al richiamo del re portandosi dietro sia il figlio di Aleramo che Aleramo stesso, in veste di aiuto cuoco. Giunti sotto le mura di Brescia subito si misero sotto il comando di Ottone e presero a combattere. Aleramo si teneva in disparte ed osservava di lontano le imprese del figlio. Quando però vide le armate di Ottone incalzate e pressate dal nemico ruppe gli indugi e, afferrato a volo un cavallo, con grande genialità e tempestività, impugnò uno stendardo con sopra paioli, padelle, catene e si precipitò nella mischia respingendo in tal modo l’assalto dei nemici, che presi di sorpresa furono messi in fuga. Con il suo ardire le sorti dl combattimento si erano capovolte con grande meraviglia di tutti, soprattutto dell’imperatore che volle subito vedere l’uomo dal gesto glorioso. Aleramo inutilmente si schernì, ma messo alle strette fu costretto a rivelare all’imperatore la sua identità. Gettatosi ai piedi del sovrano gli narrò con voce commossa ma ferma, quanto era accaduto a lui e ad Alasia a partire da quella lontana notte in cui fuggirono. Al racconto l’imperatore si intenerì, perdonò l’eroe e subito volle che fossero condotti in sua presenza la figlia amatissima e i nipoti. Si fece grandissima festa e Aleramo fu fatto marchese. A lui Ottone concesse tanto territorio quanto in tre giorni potesse percorrere a cavallo in quella terra montuosa che è il Piemonte. Aleramo, cavalcando senza posa, notte e dì, su tre cavalli velocissimi, percorse tutte le terre che si estendevano dal fiume Tanaro all’Orba, sino alla riva del mare. Si dice che Aleramo, volendo ferrare il cavallo prima di intraprendere la gran corsa e non trovando strumenti idonei, si sia servito di un mattone che appunto nel volgare di quella regione è detto "mun", e così il cavallo fu ferrato "frrha". Di qui il nome del Monferrato. Questa leggenda offre una delle più suggestive invenzioni etimologiche del nome della regione che da altri invece viene fatto derivare da mons ferax, monte ferace, per la fertilità del terreno, ora da monte da farro, una specie di frumento che sarebbe cresciuto in abbondanza su quei colli, ora da Mons Pharratus un villaggio della collina torinese oggi scomparso, ora da fera in quanto un tempo la regione pullulava di animali feroci, ora da mons ferratus, monte guarnito di ferro, ora da mons ferox, monte fiero, coraggioso e così via. Passando dalla leggenda alla realtà storica s’incontrano serie difficoltà nel ricostruire la figura di Aleramo. I pochi documenti esistenti ce lo presentano come figlio di un certo conte Guglielmo di origine franca e testimoniano la investitura di molte terre nel contado di Acqui, nel 933 ad opera dei re Ugo e Lotario. Nel 940 circa, alla guida del popolo di Acqui si sarebbe coperto di gloria sbaragliando nei pressi di Vinchio (in località Colle dei Saraceni) ingenti forze moresche. Alcuni autori riportano tale episodio glorioso proprio al 933 e vedono nell’investitura un riconoscimento regio al valore di Aleramo. Nel 950 Berengario II lo elevò al rango di marchese. Nel 967, infine Ottone I gli confermò la dignità marchionale ed il possesso dei comitati che la marca riuniva: essa si estendeva, senza interruzioni, per tre comitati di Monferrato, Acqui e Savona e confinava al nord con il Po, ad est con i comitati di Genova, Tortona, Pavia e Milano, ad ovest con i comitati di Albenga, Alba, Mondovì, Asti e Torino, a sud con il mare. Della fantastica narrazione del suo gesto glorioso vi è poca documentazione. Certo è il documento che riguarda un diploma da Ravenna a lui conferitogli in data 23 marzo 967 che lo crea marchese delle terre fra l’Orba, il Po, la Provenza e il mare. Questo tessuto favoloso fu oggetto di ricerche da parte di storici piemontesi dal sec. XVII in poi. Sembra che non fosse la figlia del re ed imperatore Ottone I la donna con cui scappò Aleramo e che in seguito non fosse neppure la figlia di Berengario, Gerbenga, a dargli altri tre figli. Ma la debole documentazione non consentì di appurare se si trattava o no di sola leggenda. La leggenda di Aleramo fu vista simile a quella di Arduino il Glabro, di Bertoldo il Sassone e che per questo derivasse anch’essa, come le altre, dai re di Sassonia del Kent. In realtà le carte e i diplomi regi e imperiali del sec. XII permettono soltanto di stabilire che il 25 luglio 933 e il 6 febbraio 940 i re Ugo e Lotario a Pavia investono Aleramo "fedele nostro...conte" figlio un Guglielmo salico o borgognone, prima della corte di Auriola e dipendenze, nel comitato vercellese, poi di altra corte in quel di Acqui; e che solo dopo il 950, cioè dopo l’avvento di Berengario II al trono, Aleramo ha la dignità marchionale. Si narra che ad Aleramo, già vedovo della figlia di re Ottone, Adelasia, dalla quale erano nati Guglielmo, Anselmo, Oddone, Berengario concesse la mano di sua figlia Gerberga che fece da matrigna ai suoi tre figli. Da un diploma di Berengario fra il 958 e il 960 si evince che Aleramo con Gerbenga furono i fondatori del monastero di Grazzano (Casale). Aleramo non fu travolto dalla rovina del suocero Ottone I in quanto lo stesso il 25 marzo 967 gli confermò la dignità marchionale e i possessi. Morto prima del 991 venne sepolto a Grazzano, dove ancora oggi all’interno della chiesa parrocchiale riposano le sue spoglie. Sulla sua tomba c’è un meraviglioso mosaico del X secolo sovrastato da una lapide che ricorda il trasferimento avvenuto nel 1581 delle sue spoglie dal peristilio del tempio, dove in origine erano state inumate, alla posizione attuale. Alla sua morte la marca, di cui era titolare, venne divisa tra i figli Oddone, cui andò il comitato di Acqui e Monferrato, ed Anselmo cui toccò il comitato di Savona (Enciclopedia Treccani Vol. II).

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Le dinastie del Monferrato

La storia del Monferrato è rappresentata dalla:
dinastia degli Aleramici, 967 - 1305, dal nome di Aleramo, capostipite e primo marchese del Monferrato;
dinastia dei Paleologi, 1305- 1536, con il marchese Teodoro I;
dominazione dei Gonzaga, 1536 - 1713, con il duca Federico Gonzaga e la moglie Margherita, figlia del defunto Guglielmo IX, ultimo dei Paleologi e di Anna D’Alencon;
annessione a casa Savoia, 1713, con la pace di Uterch.


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